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Posts Tagged ‘philosophy’

i motivi di un fallimento

2 novembre 2010 Commenti chiusi

Ho sempre pensato che prima o poi avrei dato il mio nome ad un teorema e, forse per questo, mi ero iscritto a fisica.
Credevo pure che anni di frequentazione di scuole di partito mi avrebbero aiutato ad interpretare meglio il mondo.
Pensavo di essere l’unico ad aver capito la regola della determinazione del seno gigante. Si trattava di dare una risposta scientifica all’annosa questione di quando un seno possa essere definito davvero grande. Da sognatore volevo chiamarlo teorema del fastidio per la determinazione universale della sufficiente grandezza della ghiandola mammaria.
Speravo almeno in un IG-nobel.
Poi ho capito cosa è andato storto: i limiti del linguaggio sono i limiti del nostro mondo.
La lingua tedesca e, forse ancor più, l’inglese sono espressioni del pragmatismo dei popoli che usano queste lingue. Non credo si possa dire che l’inglese abbia la ricchezza di certe sfumature presenti nell’italiano però ha la capacità di attribuire un nome a qualsiasi evento/manifestazione. E’ una lingua, l’inglese, fortemente determinatrice. Non lascia molto spazio al dubbio.
Prendiamo come esempio il lampo di genio che ha illuminato quelle menti che per prime hanno saputo esprimere al mondo il fenomeno del camel toe. Sicuramente traducibile, ma in inglese è assolutamente univoco; e i motori di ricerca ringraziano. Determina la forma della vagina costretta in un indumento che ne esalta le forme rendendola simile allo zoccolo del cammello. La capacità di condensare in una piccola parola lo straripante rapporto qualità/quantità di un evento determinato è assolutamente espressione di genio.

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sorrisi verticali

13 luglio 2010 15 commenti

presentazioni

Una sera a cena mi parlano bene di un libro (Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne) di Michela Marzano, filosofa. Non la conoscevo. Sfoglio e trovo un capitolo sulla pornografia e tra il secondo e il dessert mi sono già fatto una pessima idea. Dopo questo incontro fortuito ho visto la scrittrice-filosofa da Gad Lerner e in qualche altra trasmissione, all’improvviso i media italiani scoprono una paladina del femminismo relegata in gallia e che ora ha attraversato le alpi come una novella Annibale accademica.
A Marzano garba poco il porno ma non è questo ad infastidire, è una posizione rispettabile; è piuttosto lo sguardo morale che getta su un mondo che conosce a malapena e che giudica solo per le evidenti ed innegabili escrescenze purulente presenti sul corpo della macchina pornografica ad infastidire.
Marzano non distingue gli effetti del sistema produttivo hardcore dall’attitudine alla sessualità hardcore.

la macchina dello sfruttamento

Per molti aspetti la sua posizione è bizzarra quanto incoerente. Non prende ad esempio posizione sul difficile problema delle donne col velo (hijab e niqab) dicendo, vado a memoria, che ci sono casi in cui la donna sceglie serenamente di portare il velo per proprie convinzioni cultural-religiose e si sente da esso tutelata, protetta dall’invadente sguardo maschile però è pronta ad affermare che il mondo dell’hard è tutto violenza e sottomissione femminile*. Forse perché la sua esperienza pornografica ruota solamente attorno alla “silicon valley” di Los Angeles e non alle autoproduzioni dal basso, sovente gestite da donne (vedi seven minutes in heaven, indieporn etc…) o l’illuminante, recente, esempio di rielaborazione e riappropriazione del porno: il laboratorio di postpornografia multimediale, tentativo di svincolare la produzione erotica dalla gogna fascistoide di cui è spesso vittima.

Sarebbe come dire che tutto il mondo della prostituzione è sfruttamento… per carità, la maggior parte lo è, ma diverse rappresentanti di gruppi di prostitute sono pronte ad affermare che esistono anche donne che scelgono liberamente la professione. Il vero problema è se da una posizione morale si è disposti ad accettare che esistano donne che autodeterminano il proprio uso del corpo nelle formulazioni che a loro più aggradano. Se da un lato l’uomo machista desidera la donna-puttana, dall’altro, la donna moralista è pronta ad accettare la sconvolgente realtà che esistano delle donne a cui piace essere puttane?

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leggermente fuori fuoco

27 aprile 2010 1 commento

Durante lo sbarco in Normandia, ad Omaha beach, c’era anche Robert Capa. Un grande fotografo. Era reporter di guerra per l’agenzia Magnum. La leggenda vuole che in fase di sviluppo dei rullini della sua Contax il tecnico commise più di un errore e che del lavoro di Capa si salvò gran poco. Quello che si riuscì a recuperare fu pubblicato con il coraggioso titolo Slightly out of focus, leggermente fuori fuoco. Tra le altre storie ricordo di aver letto un’altra versione della storia: la macchina che Capa stava usando durante lo sbarco subì un forte impatto che determinò il disassamento delle lenti e, di conseguenza, la sfocatura degli scatti.
Forse la realtà è ben più semplice… a volte la mano non sta ferma e il "fuori fuoco" diventa un mosso d’autore.

Il mosso di Omaha beach è il mosso umano, il mosso panico, la mano che trema più veloce del tempo di scatto della macchina. C’è poi il mosso per carenza di luce, il mosso per il movimento… è sempre una questione di tempo, un tempo di scatto eccessivo rispetto al tempo dell’accadimento che ci appare, improvvisamente, di fronte.
Mentre il fuori fuoco ha a che fare con lo spazio, ai piani di sviluppo degli eventi, il mosso ha a che fare con il tempo. In qualche modo sono entrambi parte di una mancata adesione alla realtà; di più: è una impreparazione rispetto alla realtà. Lo spavento, la sorpresa fanno spalancare l’occhio e mandano per un istante fuori fuoco l’immagine, si perde il fuoco sulla situazione. Una fotografia sbagliata non ha atteso il fenomeno ma è caduta vittima
del noumeno.
C’è qui una intenzionale confusione tra mosso e fuori fuoco, in fondo si tratta di saper cedere all’inganno, al trompe l’oeil direbbero i galli, si tratta di competere con Zeusi e Parrasio* o rimanere a bocca aperta in un silenzio catatonico. Si tratta di sfidare la realtà superandola o cedervi, riconoscendo la propria impreparazione di fronte all’evento, cedere all’oblio del mosso e del fuori fuoco, tutte caratteristiche del sogno.

–> shibari – pawel jaszczuk 

 

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distaccamento

22 aprile 2010 3 commenti

La giustapposizione di estasi e razionalità si traduce nel distaccamento… e si sappia che scrivo questo post solo per togliermi lo sfizio di iniziare una frase con la pomposa parola "giustapposizione". Ho realizzato un sogno linguistico. Grazie.

Il distaccamento (uso distaccamento per tradurre fedelmente detachment) è lo sguardo perso di un* slave che ha subito mezz’ora di fistfucking. Non può essere altrimenti. Lo stesso sguardo non si rileva sul volto di un monaco zen in meditazione. Non è lo stesso distacco, è diverso. Il distaccamento spirituale è sopravvalutato, è noioso, è facile. Puzza di menefreghismo ed esclusione. Esclude la materialità, i legami, le sensazioni, la fisicità in senso generale. Si eleva dimenticando come sia bassa la terra, per citare mio nonno (terza elementare, mente eccelsa); mentre bisogna sempre rimanere fedeli alla terra.
Il distaccamento di cui parlo è la ragione che interviene immediatamente dopo il momento estatico, ha il sapore hegeliano del "superamento", non dimentica nulla, trasforma, trattiene, porta con sè. Ricorda. E’ il rapimento. E’ il perdersi nella città di cui parlava Benjamin, il non ritrovare coordinate note mantenedosi però sempre all’interno di un sistema materiale. Si sa da dove si è partiti, si sa dove si è, si ignora come ci si è arrivati.
Il distaccamento è una sospensione razionale dell’estasi, trattiene il sospiro dell’anima razionale: è l’asphyxophilia del sistema dopaminergico mesolimbico. Ok, ho esagerato. E’ estraniamento. Presto o tardi tornerà all’unico godimento mistico, quello della carne. Presto o tardi riaprirà la diga che trattiene la dopamina e si tornerà ad essere marionette in preda ai meccanismi biochimici. Ma prima del crollo gli occhi sono sbarrati e il cervello si dedica ad altro nel superamento temporaneo delle fatiche, della gravità e degli attriti del corpo.

sandra torralba

–> sandra torralba: estranged sex

–> riichi yamagichi: a sense of detachment

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materialismo al tramonto

13 aprile 2010 2 commenti

Parafrasando egocentricamente il genio di Frank Zappa: fastidio non è morto, sa solo un odore strano…
Fastidio è più psicotico del solito e sente le voci; ultimamente non sopporta i suoi propri pensieri quindi si affida al silenzio e alla vita nascosta. Tace e dal rumore delle sue idiozie mentali riconosce solo i lucidi e saggi ragionamenti altrui.

Tornerà quando la banalità lo abbandonerà e smetterà di parlare in terza persona come un qualsiasi ducetto italiota.

Per chi ha voglia di perdere dieci minuti in argomenti di filosofia politica, incolla un buon articolo di Rocco Ronchi (da Il Manifesto, 11 aprile 2010)

 

 

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Stalin, la Nike e il burattinaio

25 settembre 2009 9 commenti


In un’edizione del 1939 di Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin, Giuseppe Stalin appuntò in matita rossa:

1) Debolezza, 2) Indolenza, 3) Stupidità. Sono le uniche cose che si possono definire vizi. Tutto il resto, in assenza dei summenzionati, è senza dubbio virtù. NB! Se un uomo è: 1) forte (spiritualmente), 2) attivo, 3) intelligente (o capace), allora è buono a prescindere da qualsiasi ‘vizio’! 1 e 3 uguale a 2.*

"’bello’ non ti farà vincere nessuna partita. Mai". Questi sono due grandiosi esempi di etica amorale. Sintetizzano, forse lo spot della Nike ancor meglio delle note di Stalin (anticipatrici della filosofia nike), la differenza tra etica e morale.
Segue tediosa dissertazione bignami-filosofica.
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c’era una volta la Polaroid

13 marzo 2009 5 commenti

Prima che il mondo cedesse al digitale ad ogni costo, rinunciando alla tattilità e ai sapori, l’unico modo per produrre porno casalingo a basso costo e senza subire violazioni della privacy da parte degli stampatori di foto era la Polaroid.
Lo svilupparsi lento dello scatto polaroide determinava un momento magico fatto di sventolii e bambini che si accalcavano per veder comparire l’immagine fotostatica per poi strapparsela di mano in mano. Si assisteva a bocca aperta al processo chimico della creazione dell’immagine. Abbatteva i tempi di sviluppo e stampa ma allo stesso tempo imponeva un rituale di gruppo, un’attesa silenziosa e concitata definita dalla invisibile reazione di iodio e polimeri. Era già incorniciata nel suo involucro di sviluppo, come una foto marsupiale.
Tutti i professionisti dell’immagine la utilizzavano per pre-vedere lo scatto o la ripresa finale. Era già inconsapevolmente uno strumento di virtualizzazione.
Ora pare che smetteranno di produrre la pellicola istantanea, restano tutti quegli scatti che per i loro colori acidi e virati al rosso, il bordo nero come si guardasse attraverso il buco della serratura, dettano il ricordo cromatico degli anni ’70.

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nazi fashion

12 marzo 2009 1 commento

C’è una strofa della poesia Papà di Sylvia Plath che mi ha sempre fatto riflettere: "Non un Dio ma svastica nera / Che nessun cielo ci trapela. / Ogni donna adora un fascista / La scarpa in faccia, il brutale / Cuore di un bruto a te uguale." Sofferenza, una sofferenza che la portò al suicidio ma soprattutto la denuncia di un vincolo difficile da spezzare, il meccanismo patriarcale. Il doppio vincolo che incatena, plasma e riproduce se stesso.

Una sera, mio malgrado, mi sono ritrovato seduto di fronte ad un giovane fascista, sbronzo. Uno di quelli che tenta di convincerti che in fondo destra estrema e sinistra hanno le stesse prospettive, etc… nella sua microcefalica visione mi ha poi sparato una frase illuminante ed intelligente che ho subito appuntato: "In una società omologata essere di destra dà più piacere". Poche frasi condensano così bene tomi e tomi di psicologia sociale. L’edonismo postmoderno, il nuovo desiderio di tranquillità sociale e benessere è il nuovo ordine sociale di cui si fa carico la destra… e i ratti seguono il pifferaio magico.

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donne con la pistola

5 gennaio 2009 5 commenti

L’estetica è etica. Partiamo da questo dogma e dall’assunto che Tsahal è pieno di figa.

Il discorso era cominciato qualche post fa e ora vorrei contestualizzarlo al massacro palestinese in corso. Il mio stupore (oltre che dal sincronismo con Fulvio Abbate) deriva dal fatto che tra le persone che comandano le operazioni militari ci sia una donna, Tzipi Livni. Sarà che sono cresciuto intellettualmente accanto ad alcune professoresse femministe che mi avevano convinto che le donne non fanno la guerra proprio per la peculiare caratteristica di generare la vita e quindi sulla visione del mondo che ne deriva. Ho quindi pensato, giustamente, che Margaret Thatcher e Condoleeza Rice fossero uomini più o meno ben conciati (o al massimo automi umanoidi), ho tralasciato la Palin e sono saltato alla ministra degli esteri israeliana e alle sue machiste esternazioni e ho cominciato ad ingrassare i miei dubbi su grossa parte dell’ideologia femminista e del fatto che le donne sarebbero “biologicamente” distanti dalla guerra.

Ho sempre coltivato il banalissimo fetish della donna in divisa per poi avere conati di vomito dettati forse da residui di odio di classe (si scusi la parolaccia vetero) qualora me le fossi trovate davanti. Questo perché un conto è il desiderio e la fantasia, un altro conto è il deserto del Reale. Non a caso diverse donne nutrono fantasie di violenza e/o stupro ma nessuna di loro vorrebbe, ovviamente, trovarsi in una simile situazione. Addirittura il fatto stesso di scoprire che una donna possa fantasticare sulla violenza su di sè è, per il partner, destabilizzante. L’immaginario poi di chicks & guns è sempre esistito negli Stati Uniti con svariaterrime riviste dedicate, ma la donna non compare come soggetto agente di violenza (militare); piuttosto viene rappresentata, eredità delle pin-up dell’ultima guerra mondiale, come oggetto portatore ed espositore di armi, poppe o fucili che dir si voglia. Nell’estetica del guerrigliero (come nella propaganda sovietica) la donna in armi è un soggetto combattente parificato all’uomo combattente (il genere viene sospeso dalla divisa e sottomesso al grado militare), quindi non è tanto vettore di desiderio machista quanto rappresentazione idealistica della comunanza di intenti. L’arma nelle mani di una donna rivoluzionaria è un mezzo, non un simbolo fallico che, nell’ottica della castrazione maschile, la completi. L’estetica islamica invece veicola l’elemento culturale musulmano desessualizzato e quindi sessista (peccato, perché il burka abbassa molto) e quindi la donna prende le armi a difesa dello status quo, contro un aggressore culturale, non con modalità di emancipazione; diventa dunque totalmente oggetto di conformazione dell’ordine di dominio maschile.

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Obama, il jazz, il porno

26 novembre 2008 8 commenti

Da diverso tempo avevo in mente alcune considerazioni circa il colonialismo, i neri, il razzismo; per forza di cose sono osservazioni del tutto soggettive. Nel tempo si sono sommati diversi elementi, cocci di un vaso in frantumi, che credo possano formare la traccia per un percorso di confusa riflessione. Non intendo tralasciare la provocazione pura e il gusto dell’iperbole, dell’esagerazione quasi gratuita, per provare a ridefinire un concetto abusato e mal interpretato quale il binomio razzismo-antirazzismo. Questo bizzarro percorso di degustazione della razza inizia dalla storia del jazz passa attraverso il neocolonialismo, intridendosi di storia della fotografia, fino ad arrivare senza grossi sforzi al porno, il tutto sotto il segno dell’opinione personale, orrendo vizio condannato da Platone. Mi scuso solo per la lunghezza della dissertazione che non è certo una mia caratteristica.

A a bronzatissimo
Come sempre arrivo tardi, ma arrivo. Mi risuona in testa, da giorni, la frase "Giovane, bello, abbronzato". Per Berlusconi Obama è questo. Rifletto su questa battuta, chiamiamola così, che puzza di razzismo; so che l’ha sparata grossa, ma qualcosa mi sfugge. Voglio credere alla buona fede del primo ministro (e credo che la provocazione inizi già qui), ma mi spiego.
Berlusconi è un uomo vittima della sua stessa proiezione catodica. Lui non si guarda in uno specchio, si guarda nella televisione, e la televisione è l’accesso all’immagine mentale che ogni cittadino ha di lui. Lui vede ciò che è nella testa dell’italico popolo bue. E’ una semplice questione di propaganda e vittime della propaganda. Berlusconi è pelato e nano. Vuole essere alto e capellone e in qualche modo (l’inganno estetico è qualche modo) ce la fa. Questo mi rende certo del fatto che Berlusconi invidi il colore della pelle di Obama. E lo invidia in quanto gli appare abbronzato. Esattamente come invidia il fatto che è più piacente di lui ed è pure alto e coi capelli, e lo invidio pure io! In definitiva: Obama non deve mettersi il cerone che si deve mettere il cavaliere. Allora dove sta lo sgomento rispetto alla battuta infelice uscita dal nano di Arcore? Forse che dire "abbronzato" in realtà è un non-riconoscere l’identità altrui, l’essere mezzo keniota di Obama, la sua negritudine, le radici, le radici su cui insisteva il Black Panther Party; è un’attitudine riduzionista e in quanto tale razzista, cioé non ne marca riconosce la differenza, la riduce a bizzarria estetica.
Avevo scritto "marca", ma credo che anche il marcare ad ogni costo sia elemento di razzismo. Sono cresciuto a pane e film di Spike Lee e non ho mai concepito il fatto che solo un afroamericano potesse chiamare "negro" un suo compare dalla pelle scura. C’è una divertente scena di questo tipo in Clerks 2. Cioé se un bianco dice negro, o parla di culo nero (Clerks 2),  allora è razzista, se lo dice un tizio con geni africani invece è "yo, cool, brother". Non ci siamo, proprio. Il moralista non dice mai "negro", si sente sporco e colonialista, fino a fine anni ’80 lo dicevamo tutti, poi magari quando vede la famiglia di senegalesi agghindati per la festa li guarda come fenomeni di esotismo altermondialista… e "come ci si diverte alla Festa dei Popoli". Se un tedesco mi taglia la strada, lo appello mangiacrauti di merda, o crucco. Se un africano mi taglia la strada in auto a cosa penso? Prendo la prima differenza tra me e lui, il colore, lo amplifico, e ci aggiungo "di merda". Non mi sento razzista per questo, mi sento razzista se penso "negro di merda" e me lo rimangio perché sono di sinistra. Poi scendo e ci faccio a pugni, come se fosse un tedesco abbronzato…
Il razzismo nasce quando marco una diversità fisico-culturale o quando la annichilisco del tutto e a tutti i costi. Vizi rispettivamente di destra e di sinistra. Il meccanismo è molto più sottile di quanto si immagini. Il povero Gramsci, e l’ho già scritto da qualche parte, diceva che la cultura non è borghese, è l’uso che ne fa la borghesia a renderla tale.

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