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Archivio per la categoria ‘ripostiglio’

carne umana

16 marzo 2012 2 commenti


Carmelo Bene, 1 settembre 1937 – 16 marzo 2002

–> “Il genio è rigore”, Autointervista

–> il non-linguaggio di Carmelo Bene

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il 99% degli estintori serve a spegnere fiamme

24 ottobre 2011 5 commenti

La dittatura consiste nel modo in cui la democrazia è usata e non nella sua abolizione.
Rosa Luxembourg

pesanti paralleli
Voglio cominciare dalla parte più difficile, la più delicata. Un parallelo: due ragazzi, stessa situazione, medesimo gesto, esiti differenti, sono Carlo Giuliani e Fabrizio Filippi, noto alle cronache come Er Pelliccia. Solo chi conosce(va) bene entrambi ha diritto di parlare con cognizione di causa; non posso quindi che limitarmi ad introdurre un dubbio e lasciarlo sospeso sul baratro della storia. Giuliani è stato ucciso, non sappiamo cosa avrebbe detto se fosse stato arrestato, non ha nemmeno senso ipotizzare. Filippi invece qualche parola l’ha detta, e ha messo insieme idiozia e banalità prepuberali. I due ragazzi sono stati giudicati in base alle conseguenze del loro gesto. Da un lato la morte causata da una reazione vile e sproporzionata di violenza, dall’altra la commiserazione di un ragazzetto forse esaltato, sicuramente povero di coscienza politica.
Non è da escludere, e lo voglio dire con la massima cautela, che gli indignati e i mass media tutti avrebbero emesso la medesima sentenza nei confronti di Giuliani se non fosse stato reso silenzioso cadavere da una pallottola di stato.

numerologia
Non ho mai nutrito simpatia per gli Indignados, non solo perché non mi ha mai convinto il pamphlet di Hessel da cui traggono il nome (e lo scrissi in tempi non sospetti), quanto per il fatto che rappresentano un movimento che manca di capacità analitica dei fatti. La dimostrazione va ricercata nella giornata del 15 ottobre. L’indignazione non può più bastare, presto non basterà; di certo trascina con sé il semplice stupore morale. Al movimento a quanto pare è sufficiente l’indignazione fine a se stessa, il broncetto delle anime belle della sinistra. Prosegui la lettura…

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sulla sicurezza

7 giugno 2007 Commenti chiusi
da Il Manifesto del 05 giugno 2007
 
Perché le forze dell'ordine hanno sempre ragione
C'è una nobile gara tra destra e sinistra nell'esprimere appoggio incondizionato ai tutori dell'ordine pubblico, considerando ogni minimo dubbio sul loro operato un oltraggio, una bestemmia, un tradimento Il sentimento di diffusa precarietà è tradotto dai teorici della toleranza zero in un problema di contenimento e lotta senza quartiere contro le «classi pericolose». Da qui il baratto tra una rinuncia o una limitiazione di alcuni diritti civili in ca
Marco Bascetta

La virtù cardinale del «moderatismo», nella dialettica politica delle democrazie parlamentari occidentali, è motivata da una presunzione e da una tautologia tra loro intimamente collegate. La presunzione è che in un «paese civile» la posizione moderata sia, per definizione, maggioritaria. La tautologia è che è maggioritaria perché moderata e, viceversa, moderata perché maggioritaria. Orbene, tra i pilastri fondamentali del «moderatismo» politico corrente va annoverato il seguente principio: «la polizia ha sempre ragione», dove per polizia si intendono tutte le forze dell'ordine, dalla polizia di stato ai carabinieri alla guardia di finanza. Si può sensatamente sospettare che un simile punto di vista non sia affatto condiviso dalla maggioranza, ma è questo uno dei casi in cui la validazione tautologica funziona senza ammettere obiezioni. Che lo stato e i suoi amministratori di turno apprezzino e difendano le loro forze dell'ordine, che queste occupino uno spazio permanente nella retorica ufficiale è una circostanza del tutto normale quando non sconfini, come spesso è accaduto e continua ad accadere, nella copertura di abusi e vessazioni.
Ma ciò cui assistiamo quotidianamente in una nobile gara tra destra e sinistra è la pretesa che i cittadini «amino» incondizionatamente i tutori dell'ordine pubblico e ne invochino assiduamente la protezione, assolvendone pregiudizialmente qualsiasi comportamento e rinunciando a strumenti di controllo e garanzia che ne sorveglino l'operato.

Le grane di Moltalbano
Tanto sforzo alimenta, per inciso, il dubbio che questo amore non sia così diffuso, né così agevole da suscitare. Chi non ha mai subito nel corso della vita qualche episodio di arroganza, o peggio, da parte degli uomini in divisa? In ogni modo dalla scuola ai media, dalla cosiddetta pubblicità istituzionale alla fiction televisiva, tutto è una grande anelito di amore per polizia, carabinieri e guardia di finanza. Non c'è fiera in cui gli uomini del ministero degli interni non allestiscano allegri stand dove chiassose scolaresche vengono accolte e condotte da simpatiche poliziotte attraverso l'affascinante mestiere del detective. Concorsi di disegno, di prosa e di poesia, incitano gli scolari a trovare i migliori colori o le migliori parole per ripagare l'amico poliziotto del suo aiuto e del suo sacrificio. Infinite serie televisive alimentano una immagine patinata delle forze di polizia, dove la violenza si presenta solo come sereno ed equilibrato impiego di una forza rispettosa dei diritti e della dignità di tutti, con contorno di pensose riflessioni sulla difficoltà di discernere il bene dal male, sul peso del dovere e altri drammi sentimentali. Per non parlare dell'enfasi apologetica che circola in tutte le sedi istituzionali. E quando Andrea Camilleri osa mettere in bocca al suo simpatico commissario Montalbano qualche battuta amara sullo scempio di Genova, la Rai pianta una grana. Quanto ai politici, non perdono occasione di esprimere la propria solidarietà e vicinanza alle forze dell'ordine, le cui prerogative, ampliate a ogni legislatura, sono comunque assolte da ogni sospetto di eccesso o di devianza. E se, sporadicamente si affaccia qualche timida richiesta di controllo, viene accolta come un vero e proprio affronto, una bestemmia, un tradimento.
Quelle poche volte che il marcio viene a galla, la stampa si guarda bene dal darvi eccessiva importanza. Non v'è paragone tra lo spazio dedicato a qualche scritta irriverente o minacciosa sui muri delle nostre città e quello assai modesto riservato ai troppi soggetti «molesti», riportati all'ordine un po' troppo con le cattive e talvolta con tragiche conseguenze.
In realtà tra sinistra e destra qualche lieve differenza c'è. Mentre l'amore della prima si estende anche alla magistratura, quello della seconda assai meno. E non solo perché può accadere che qualche personaggio eccellente finisca sotto processo, ma soprattutto perché se il cittadino «moderato», almeno così si è inclini a pensare, non rischierebbe mai di finire nel mirino della polizia (puntato essenzialmente sulle cosiddette classi pericolose) rischia invece di finire in quello della magistratura. Quest'ultima, infatti, è chiamata a confrontarsi, almeno in teoria, con tutta l'articolazione dei comportamenti sociali (che comprendono le forme «borghesi» del crimine) e la complessità del sistema giuridico, e quindi a giudicare, con la conseguente possibilità di giudicare male.

La norma dell'impunità
La polizia, invece, non giudica, agisce, e dunque non può sbagliare. L'errore giudiziario è contemplato nel dibattito pubblico, l'arbitrio di polizia non lo è. Tra gli argomenti preferiti della propaganda di destra figura l'accusa rivolta alla magistratura di metter fuori i criminali che la polizia con rischio e fatica cattura. Ma se il giudizio sulla magistratura può divergere, secondo le stagioni e le convenienze, quello, implicito, sull'infallibilità della polizia è assolutamente unanime. Tanto che la politica, pur di non dovervi rinunciare, preferisce prender di mira la politica stessa, beninteso nelle vesti dell'avversario. La vicenda delle violenze poliziesche di Genova, dei reati e dei depistaggi messi in opera per coprirle è assolutamente esemplare. Pur di assolvere gli esecutori materiali della mattanza nelle vie della città, nella scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto e i loro comandanti, l'opposizione puntò l'indice, sulla «gestione politica» della piazza e sulla presenza dell'allora vicepremier Gianfranco Fini nella sala operativa della questura. Laddove si lasciava intendere che se le forze dell'ordine avessero potuto agire secondo la propria esperienza e i propri metodi, le cose sarebbero andate molto diversamente. Se, nella chiacchera corrente il marcio nel mondo politico è ben rappresentato, l'azione di polizia resta sempre al riparo da qualunque critica o sospetto. Solo pochi, nel trionfo generale di una riscrittura statolatrica della storia degli anni '70, hanno avuto il coraggio di ricordare quanto l'onnipotenza, l'impunità assoluta dei «cittadini al di sopra di ogni sospetto» e del lavoro sporco che spesso furono destinati a svolgere, avrebbe alimentato l'escalation della violenza politica. È un miracolo, dovuto all'intelligenza politica dei movimenti, che l'errore, ripetuto dopo lo scempio di Genova, non abbia determinato analoghe conseguenze.

L'arbitrio dei «normali»
L'exemplum virtutis sotto forma di azione di polizia è alimentato da almeno tre elementi decisivi dell'ideologia «moderata». Il primo è rappresentato da un discorso pubblico che convoglia i numerosi fattori di incertezza e precarietà della vita contemporanea verso una idea di «insicurezza» che reclama protezione, intesa a sua volta esclusivamente come ordine pubblico. Il cittadino è spinto a considerarsi in primo luogo «potenziale vittima del crimine» e dunque disposto a progressive rinunce in fatto di diritti, pur di essere protetto dalla minaccia che incombe. Che la sicurezza possa consistere anche nell'essere al riparo dall'arbitrio di chi esercita un pubblico potere, in diritti, garanzie e prerogative individuali, è un significato bandito dall'ordine del discorso dominante. Questa scissione e riduzione dell'idea di «sicurezza» è resa possibile da una polarizzazione estrema tra il mondo dei «devianti» e il mondo dei «normali». Dei primi dovrà dunque occuparsi esclusivamente la polizia a beneficio dei secondi.
Alla base di questa polarizzazione vi è il secondo elemento decisivo. Si tratta di un ragionamento, proveniente d'oltreatlantico, ma ormai saldamente radicato nel vecchio continente, che funziona pressappoco così: bisogna farla finita con tutte le «scusanti sociologiche» sulle radici sociali e ambientali del crimine, che hanno lungamente assecondato politiche tolleranti e velleità di integrazione, per tornare al sano principio secondo cui «non è la società ad essere responsabile del crimine, ma sono i criminali ad essere responsabili del crimine». Fin qui è il ripristino di un vecchio e incrollabile principio puritano e la riedizione collettivizzata della predestinazione calvinista. Tuttavia sebbene il crimine sia considerato il risultato del libero arbitrio individuale, il prodotto di una singola soggettività, per così dire, «votata al male» e predestinata alla dannazione esso infligge un danno che è di natura sociale. Ad essere colpita non è solo, né soprattutto, la vittima di quello specifico atto criminale, ma la società intera. Ed ecco che la società, scomparsa tra i fattori che condeterminano il crimine, si ripresenta, tuttavia, come sua principale vittima. Morale: la società è sempre buona e giusta, sono i singoli ad essere malvagi. O anche: il mercato è sempre buono, sono i singoli a conquistarsi la virtù del successo o il disonore del fallimento. L'indice puntato contro la responsabilità individuale, si traduce sempre e comunque in una difesa integrale dell'ordine costituito, che corrisponde però, in questo modo, anche a una sorta di «irresponsabilità sociale». È precisamente in questo punto che l'ideologia e la pratica neoliberista, divorziando dalla tradizione liberale e garantista, si intreccia con un incremento delle funzioni repressive dello stato. Minimo come stato sociale, massimo come stato di polizia. Come l'ideologia dell'«irresponsabilità sociale» sia poi conciliabile con le ripetute geremiadi sulla mancanza di valori e sul cinismo della società contemporanea resta avvolto nel mistero.
Resta comunque la centralità assoluta della repressione, sollevata da ogni condizionamento, dubbio o insufficienza. E la conseguente infallibilità di chi la esercita, ossia la polizia. Una volta respinta qualsiasi influenza degli squilibri sociali sui comportamenti devianti, ne risulta conseguentemente esclusa qualsiasi efficacia delle politiche sociali in questo ambito. A questo punto il ricorso alle forze di polizia per risolvere qualunque problema nelle più diverse sfere della vita civile non ha più argini. Esiste un problema di consumo di spinelli nelle scuole superiori? Si chiederà ai carabinieri di compiere azioni improvvise di controllo, con cani e quant'altro. A proporlo non è un governatore texano, ma il ministro della salute di un governo di centrosinistra in Italia!

Gli alieni da richiudere
Lo spropositato sviluppo del comparto della sicurezza (inteso nella sua dimensione poliziesca e penitenziaria) in tutto l'occidente, accompagna questo passaggio senza ritorno dai tentativi di integrazione all'organizzazione dei dispositivi di repressione investiti oggi di una missione, per così dire, «risolutiva». Ma la definizione «antisociologica» delle «classi pericolose», intese come bacino di individualità inclini al crimine, ha un'altra conseguenza assai rilevante. Sebbene questi gruppi sociali abitino il cuore delle società sviluppate, ne ripercorrano a loro modo aspirazioni e comportamenti, ne assumano abitudini e atteggiamenti, essi vengono considerati come corpi estranei, come un Altro irriducibile, o, detto altrimenti, come nemici stranieri. Un punto di vista che alimenta xenofobia e pulsioni razziste e, a sua volta, se ne alimenta. Ma, soprattutto configura l'azione di polizia come azione di guerra. Le forze dell'ordine appaiono così non più come una articolazione dell'ordine sociale, con i vincoli e i limiti che ne conseguono, ma come un esercito schierato a difesa della nazione e che le necessità della guerra assolvono da rudezze e prevaricazioni.

I moderati vanno alla guerra
Nell'emergenza della guerra, il punto di vista militare gode di una sua indubbia autonomia. Una molteplicità di esempi testimoniano come dalle banlieues francesi ai ghetti americani le forze di polizia agiscano come truppe combattenti in zona nemica. Forze d'occupazione in territori ostili. E così vengono sempre più percepite da una parte della popolazione, quella giovanile prima di tutto. L'espressione «guerra al crimine» è tutt'altro che metaforica, indica con precisione una progressiva affermazione della logica oltre che del linguaggio militare nelle questioni di ordine pubblico. Linguaggio ormai ampiamente assunto dai ministri degli interni di tutti gli orientamenti politici. Ma la «guerra al crimine» sposta anche sulle forze di polizia quella retorica dell'eroismo, un tempo riservata al soldato in tempo di guerra. L'agente di polizia, differentemente, per esempio, da un vigile del fuoco o da altri mestieri di pubblica utilità esposti al rischio, viene circondato da un'aura di eroismo e di martirio.
Ma vi è un ulteriore elemento di preoccupante irrazionalismo. L'infallibilità della polizia e quella continua domanda di dispositivi di controllo e di sorveglianza sempre più perfetti e pervasivi, che giustamente terrificavano gli spiriti liberali di un tempo, che vi vedevano l'essenza stessa del totalitarismo, deriva da un'idea, tanto bizzarra quanto pericolosa. E cioè che il potere non possa che essere buono, la democrazia irreversibile, le libertà, in fin dei conti, rispettate quanto basta. Cosa accadrebbe se un sistema di sorveglianza senza residui cadesse, qualora già non lo fosse, in cattive mani? Non ne abbiamo forse già avuto un assaggio con l'abuso delle intercettazioni telefoniche? Il 1984 di George Orwell, da spauracchio del liberalismo è diventato il sogno in via di realizzazione di sindaci di destra e di sinistra, l'obiettivo agognato di una governance integrale. Il culto della polizia non è che l'assoluzione preventiva di ogni potere e l'invito rivolto ai governati (che non può essere declinato) a cercare solo nella subordinazione la sicurezza e la felicità.

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