differenza e ripetizione
“tutte le identità non sono che simulate, prodotte come un effetto ottico, attraverso un gioco più profondo che è quello della differenza e della ripetizione“
Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione
dalla parte del mostro
Ho sempre nutrito un’insana passione per il mostracismo, la teratologia, per tutta quella componente politicamente rivoluzionaria contenuta nell’orrido, nell’antiestetico, nel coraggio del mostro ovvero il non conforme ai canoni che decide di mostrarsi. Ho anche sempre creduto che il mostro nel suo manifestarsi si trasformasse nel manifesto etico di tutto quello che l’estetica del “bello e buono” rigetta. Per questo ho sempre apprezzato le fotografie di freaks, nani (adoro i normalissimi nani di Herzog!), i reietti di Diane Arbus e ora scopro il lavoro di Scot Sothern, LOWLIFE. Low life non è l’insieme delle vite di basso profilo (più che low dovrebbe essere lumpen-life) è l’insieme dei corpi modificati dal disagio sociale, da vite difficilmente sopportabili; è l’insieme di corpi che significano, che hanno significato, attraverso i segni indelebili che (sop)portano: le rughe di Anna Magnani, i corpi punk costretti a sanguinare, i segni delle costrizioni, del lavoro… delle vite che scorrono.
Il mostro ha la stessa sfacciataggine dell’opera d’arte che ti obbliga a guardarla e a stupirti di essa, con essa. Suscita reazioni: il moralista è preso da compassione, l’antimoralista da vergogna, la vergogna di aver distolto lo sguardo, di essere inorridito o la vergogna positiva di sentirsi parte di quella società che ha creato le condizioni per l’esistenza del mostro. In fondo le isole sono definite da tutto il mare che si trova loro intorno.
E’ l’estetica dell’ibridazione (penso anche a Crash di Cronemberg) che deve sempre interessare più di ogni altra cosa, è sempre quel fenomeno di sovrappiù rispetto alle due nature di partenza che incorpora a creare la ricchezza di una nuova natura. Transizione. La ricchezza della transizione e della perversione, il mostro esteriore e quello interiore.
… e in tutto questo rientra positivamente la transizione da Lifetype a WordPress, con tutti i suoi segni.
yuji moriguchi
intervallo
sorrisi verticali
presentazioni
Una sera a cena mi parlano bene di un libro (Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne) di Michela Marzano, filosofa. Non la conoscevo. Sfoglio e trovo un capitolo sulla pornografia e tra il secondo e il dessert mi sono già fatto una pessima idea. Dopo questo incontro fortuito ho visto la scrittrice-filosofa da Gad Lerner e in qualche altra trasmissione, all’improvviso i media italiani scoprono una paladina del femminismo relegata in gallia e che ora ha attraversato le alpi come una novella Annibale accademica.
A Marzano garba poco il porno ma non è questo ad infastidire, è una posizione rispettabile; è piuttosto lo sguardo morale che getta su un mondo che conosce a malapena e che giudica solo per le evidenti ed innegabili escrescenze purulente presenti sul corpo della macchina pornografica ad infastidire.
Marzano non distingue gli effetti del sistema produttivo hardcore dall’attitudine alla sessualità hardcore.
la macchina dello sfruttamento
Per molti aspetti la sua posizione è bizzarra quanto incoerente. Non prende ad esempio posizione sul difficile problema delle donne col velo (hijab e niqab) dicendo, vado a memoria, che ci sono casi in cui la donna sceglie serenamente di portare il velo per proprie convinzioni cultural-religiose e si sente da esso tutelata, protetta dall’invadente sguardo maschile però è pronta ad affermare che il mondo dell’hard è tutto violenza e sottomissione femminile*. Forse perché la sua esperienza pornografica ruota solamente attorno alla “silicon valley” di Los Angeles e non alle autoproduzioni dal basso, sovente gestite da donne (vedi seven minutes in heaven, indieporn etc…) o l’illuminante, recente, esempio di rielaborazione e riappropriazione del porno: il laboratorio di postpornografia multimediale, tentativo di svincolare la produzione erotica dalla gogna fascistoide di cui è spesso vittima.
Sarebbe come dire che tutto il mondo della prostituzione è sfruttamento… per carità, la maggior parte lo è, ma diverse rappresentanti di gruppi di prostitute sono pronte ad affermare che esistono anche donne che scelgono liberamente la professione. Il vero problema è se da una posizione morale si è disposti ad accettare che esistano donne che autodeterminano il proprio uso del corpo nelle formulazioni che a loro più aggradano. Se da un lato l’uomo machista desidera la donna-puttana, dall’altro, la donna moralista è pronta ad accettare la sconvolgente realtà che esistano delle donne a cui piace essere puttane?
sawatari hajime
cristina | isabella
leggermente fuori fuoco
Durante lo sbarco in Normandia, ad Omaha beach, c’era anche Robert Capa. Un grande fotografo. Era reporter di guerra per l’agenzia Magnum. La leggenda vuole che in fase di sviluppo dei rullini della sua Contax il tecnico commise più di un errore e che del lavoro di Capa si salvò gran poco. Quello che si riuscì a recuperare fu pubblicato con il coraggioso titolo Slightly out of focus, leggermente fuori fuoco. Tra le altre storie ricordo di aver letto un’altra versione della storia: la macchina che Capa stava usando durante lo sbarco subì un forte impatto che determinò il disassamento delle lenti e, di conseguenza, la sfocatura degli scatti.
Forse la realtà è ben più semplice… a volte la mano non sta ferma e il "fuori fuoco" diventa un mosso d’autore.
Il mosso di Omaha beach è il mosso umano, il mosso panico, la mano che trema più veloce del tempo di scatto della macchina. C’è poi il mosso per carenza di luce, il mosso per il movimento… è sempre una questione di tempo, un tempo di scatto eccessivo rispetto al tempo dell’accadimento che ci appare, improvvisamente, di fronte.
Mentre il fuori fuoco ha a che fare con lo spazio, ai piani di sviluppo degli eventi, il mosso ha a che fare con il tempo. In qualche modo sono entrambi parte di una mancata adesione alla realtà; di più: è una impreparazione rispetto alla realtà. Lo spavento, la sorpresa fanno spalancare l’occhio e mandano per un istante fuori fuoco l’immagine, si perde il fuoco sulla situazione. Una fotografia sbagliata non ha atteso il fenomeno ma è caduta vittima
del noumeno.
C’è qui una intenzionale confusione tra mosso e fuori fuoco, in fondo si tratta di saper cedere all’inganno, al trompe l’oeil direbbero i galli, si tratta di competere con Zeusi e Parrasio* o rimanere a bocca aperta in un silenzio catatonico. Si tratta di sfidare la realtà superandola o cedervi, riconoscendo la propria impreparazione di fronte all’evento, cedere all’oblio del mosso e del fuori fuoco, tutte caratteristiche del sogno.
distaccamento
La giustapposizione di estasi e razionalità si traduce nel distaccamento… e si sappia che scrivo questo post solo per togliermi lo sfizio di iniziare una frase con la pomposa parola "giustapposizione". Ho realizzato un sogno linguistico. Grazie.
Il distaccamento (uso distaccamento per tradurre fedelmente detachment) è lo sguardo perso di un* slave che ha subito mezz’ora di fistfucking. Non può essere altrimenti. Lo stesso sguardo non si rileva sul volto di un monaco zen in meditazione. Non è lo stesso distacco, è diverso. Il distaccamento spirituale è sopravvalutato, è noioso, è facile. Puzza di menefreghismo ed esclusione. Esclude la materialità, i legami, le sensazioni, la fisicità in senso generale. Si eleva dimenticando come sia bassa la terra, per citare mio nonno (terza elementare, mente eccelsa); mentre bisogna sempre rimanere fedeli alla terra.
Il distaccamento di cui parlo è la ragione che interviene immediatamente dopo il momento estatico, ha il sapore hegeliano del "superamento", non dimentica nulla, trasforma, trattiene, porta con sè. Ricorda. E’ il rapimento. E’ il perdersi nella città di cui parlava Benjamin, il non ritrovare coordinate note mantenedosi però sempre all’interno di un sistema materiale. Si sa da dove si è partiti, si sa dove si è, si ignora come ci si è arrivati.
Il distaccamento è una sospensione razionale dell’estasi, trattiene il sospiro dell’anima razionale: è l’asphyxophilia del sistema dopaminergico mesolimbico. Ok, ho esagerato. E’ estraniamento. Presto o tardi tornerà all’unico godimento mistico, quello della carne. Presto o tardi riaprirà la diga che trattiene la dopamina e si tornerà ad essere marionette in preda ai meccanismi biochimici. Ma prima del crollo gli occhi sono sbarrati e il cervello si dedica ad altro nel superamento temporaneo delle fatiche, della gravità e degli attriti del corpo.










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