donne con la pistola

L'estetica è etica. Partiamo da questo dogma e dall'assunto che Tsahal è pieno di figa.
Il discorso era cominciato qualche post fa e ora vorrei contestualizzarlo al massacro palestinese in corso. Il mio stupore (oltre che dal sincronismo con Fulvio Abbate) deriva dal fatto che tra le persone che comandano le operazioni militari ci sia una donna, Tzipi Livni. Sarà che sono cresciuto intellettualmente accanto ad alcune professoresse femministe che mi avevano convinto che le donne non fanno la guerra proprio per la peculiare caratteristica di generare la vita e quindi sulla visione del mondo che ne deriva. Ho quindi pensato, giustamente, che Margaret Thatcher e Condoleeza Rice fossero uomini più o meno ben conciati (o al massimo automi umanoidi), ho tralasciato la Palin e sono saltato alla ministra degli esteri israeliana e alle sue machiste esternazioni e ho cominciato ad ingrassare i miei dubbi su grossa parte dell'ideologia femminista e del fatto che le donne sarebbero "biologicamente" distanti dalla guerra. 
Ho sempre coltivato il banalissimo fetish della donna in divisa per poi avere conati di vomito dettati forse da residui di odio di classe (si scusi la parolaccia vetero) qualora me le fossi trovate davanti. Questo perché un conto è il desiderio e la fantasia, un altro conto è il deserto del Reale. Non a caso diverse donne nutrono fantasie di violenza e/o stupro ma nessuna di loro vorrebbe, ovviamente, trovarsi in una simile situazione. Addirittura il fatto stesso di scoprire che una donna possa fantasticare sulla violenza su di sè è, per il partner, destabilizzante. L'immaginario poi di chicks & guns è sempre esistito negli Stati Uniti con svariaterrime riviste dedicate, ma la donna non compare come soggetto agente di violenza (militare); piuttosto viene rappresentata, eredità delle pin-up dell'ultima guerra mondiale, come oggetto portatore ed espositore di armi, poppe o fucili che dir si voglia. Nell'estetica del guerrigliero (come nella propaganda sovietica) la donna in armi è un soggetto combattente parificato all'uomo combattente (il genere viene sospeso dalla divisa e sottomesso al grado militare), quindi non è tanto vettore di desiderio machista quanto rappresentazione idealistica della comunanza di intenti. L'arma nelle mani di una donna rivoluzionaria è un mezzo, non un simbolo fallico che, nell'ottica della castrazione maschile, la completi. L'estetica islamica invece veicola l'elemento culturale musulmano desessualizzato e quindi sessista (peccato, perché il burka abbassa molto) e quindi la donna prende le armi a difesa dello status quo, contro un aggressore culturale, non con modalità di emancipazione; diventa dunque totalmente oggetto di conformazione dell'ordine di dominio maschile.
 (Continua)


pop a confronto

VS

Jean-Luc Godard - Vivre sa vie [1962]
 
il genio - pop porno [2008]


santa sm

a different xmas


auguri vaticani, auguri da villani


Obama, il jazz, il porno

Da diverso tempo avevo in mente alcune considerazioni circa il colonialismo, i neri, il razzismo; per forza di cose sono osservazioni del tutto soggettive. Nel tempo si sono sommati diversi elementi, cocci di un vaso in frantumi, che credo possano formare la traccia per un percorso di confusa riflessione. Non intendo tralasciare la provocazione pura e il gusto dell'iperbole, dell'esagerazione quasi gratuita, per provare a ridefinire un concetto abusato e mal interpretato quale il binomio razzismo-antirazzismo. Questo bizzarro percorso di degustazione della razza inizia dalla storia del jazz passa attraverso il neocolonialismo, intridendosi di storia della fotografia, fino ad arrivare senza grossi sforzi al porno, il tutto sotto il segno dell'opinione personale, orrendo vizio condannato da Platone. Mi scuso solo per la lunghezza della dissertazione che non è certo una mia caratteristica.

A a bronzatissimo
Come sempre arrivo tardi, ma arrivo. Mi risuona in testa, da giorni, la frase "Giovane, bello, abbronzato". Per Berlusconi Obama è questo. Rifletto su questa battuta, chiamiamola così, che puzza di razzismo; so che l'ha sparata grossa, ma qualcosa mi sfugge. Voglio credere alla buona fede del primo ministro (e credo che la provocazione inizi già qui), ma mi spiego.
Berlusconi è un uomo vittima della sua stessa proiezione catodica. Lui non si guarda in uno specchio, si guarda nella televisione, e la televisione è l'accesso all'immagine mentale che ogni cittadino ha di lui. Lui vede ciò che è nella testa dell'italico popolo bue. E' una semplice questione di propaganda e vittime della propaganda. Berlusconi è pelato e nano. Vuole essere alto e capellone e in qualche modo (l'inganno estetico è qualche modo) ce la fa. Questo mi rende certo del fatto che Berlusconi invidi il colore della pelle di Obama. E lo invidia in quanto gli appare abbronzato. Esattamente come invidia il fatto che è più piacente di lui ed è pure alto e coi capelli, e lo invidio pure io! In definitiva: Obama non deve mettersi il cerone che si deve mettere il cavaliere. Allora dove sta lo sgomento rispetto alla battuta infelice uscita dal nano di Arcore? Forse che dire "abbronzato" in realtà è un non-riconoscere l'identità altrui, l'essere mezzo keniota di Obama, la sua negritudine, le radici, le radici su cui insisteva il Black Panther Party; è un'attitudine riduzionista e in quanto tale razzista, cioé non ne marca riconosce la differenza, la riduce a bizzarria estetica.
Avevo scritto "marca", ma credo che anche il marcare ad ogni costo sia elemento di razzismo. Sono cresciuto a pane e film di Spike Lee e non ho mai concepito il fatto che solo un afroamericano potesse chiamare "negro" un suo compare dalla pelle scura. C'è una divertente scena di questo tipo in Clerks 2. Cioé se un bianco dice negro, o parla di culo nero (Clerks 2),  allora è razzista, se lo dice un tizio con geni africani invece è "yo, cool, brother". Non ci siamo, proprio. Il moralista non dice mai "negro", si sente sporco e colonialista, fino a fine anni '80 lo dicevamo tutti, poi magari quando vede la famiglia di senegalesi agghindati per la festa li guarda come fenomeni di esotismo altermondialista... e "come ci si diverte alla Festa dei Popoli". Se un tedesco mi taglia la strada, lo appello mangiacrauti di merda, o crucco. Se un africano mi taglia la strada in auto a cosa penso? Prendo la prima differenza tra me e lui, il colore, lo amplifico, e ci aggiungo "di merda". Non mi sento razzista per questo, mi sento razzista se penso "negro di merda" e me lo rimangio perché sono di sinistra. Poi scendo e ci faccio a pugni, come se fosse un tedesco abbronzato...
Il razzismo nasce quando marco una diversità fisico-culturale o quando la annichilisco del tutto e a tutti i costi. Vizi rispettivamente di destra e di sinistra. Il meccanismo è molto più sottile di quanto si immagini. Il povero Gramsci, e l'ho già scritto da qualche parte, diceva che la cultura non è borghese, è l'uso che ne fa la borghesia a renderla tale.

 (Continua)


omaggio all'ibridazione

Giovanna Casotto
 


la fine della pornofilia hippie

Incollo, per cortese concessione dell'autore, Carlo Mazza Galanti, un interessante articolo apparso su Alias l'8 novembre 2008.

Una nota agenzia di monitoraggio del web ha recentemente registrato il sorpasso del porno da parte del "social network". Piuttosto che rassicurare i benpensanti il dato potrebbe far riflettere i più disincantati: l'insicurezza costitutiva della società post-tradizionale provoca ossessione sessuale allo stesso tempo che relazionalità compulsiva e ipermediatizzata. Il soggetto moderno descritto dai sociologi, incapace di sostenere il "progetto autonomistico e riflessivo dell'io" (Giddens), naviga tra la rete dei simulacri relazionali ed il luminoso ed effimero appagamento del pornoerotismo. Alla ciclicità meccanica delle sequenze hard (ormai private dal web di qualsiasi contenuto narrativo e simbolico: pura coazione a ripetere visiva) si accompagna la connettività come ideologia postmoderna dello stare insieme stando soli. Così potrebbero ragionare i più pessimisti. Di certo, l'immagine della sessualità e della pornografia che emerge in molta della letteratura più recente non si discosta troppo da questa cupa prospettiva. Sugli scaffali delle librerie italiane allignano in questi giorni alcuni romanzi che affrontano il tema. In nessuno di questi pare esprimersi una considerazione della pornografia orientata nel senso della liberazione sessuale, del sesso felicemente trasgressivo, della riappropriazione del corpo e del godimento. Nessuna reminiscenza pre o post-sessantottina sostiene un immaginario pornografico apparentemente spogliato dei suoi trascorsi contenuti rivoluzionari, assai distante dalla pornofilia hippie degli anni '70 e da qualsiasi forma di progettualità sessuopolitica. Neppure sembra affacciarsi in queste narrazioni il paradigma nichilistico dell'erotismo sadiano-batailliano. La negatività del sesso demoniaco, maledetto, è neutralizzata dalla sua iscrizione nelle dinamiche dello shopping erotico e dalla sempre più dettagliata e orientata specificazione dei target del mercato pornografico, capace ormai di farsi carico di ogni perversione. La mercificazione del sesso ha scavalcato le preoccupazioni femministe per realizzarsi infine nell'inquieto appiattimento edonistico di cui parlava, più di trent'anni fa, Pasolini?

 (Continua)


la governatrice che mi scoperei

Il caso Sarah Palin è sicuramente un interessante caso di studio politico.
In questi giorni la stampa statunitense non fa che parlare della carica sessuale incarnata dalla governatrice dell'Alaska, "la donna che ogni uomo desidera", nonché modello per molte donne cerebrolese. C'è di che riflettere. Mi sembra di ricordare che ai tempi del Partito dell'Amore di Moana Pozzi e Cicciolina, si parlava di tette esibite ma non certo di "carica sessuale".
La scelta dei repubblicani di candidare una donna è stata sicuramente spiazzante e sicuramente più coraggiosa di quella fatta dal poco black (power) Obama. Il punto focale però è che non si tratta di una scelta di gender quanto di una scelta di sesso. Lo spiega bene un simpatico articolo apparso su The Nation (tradotto e pubblicato da Internazionale), da cui rubo alla grande, e soprattutto lo spiega sinteticamente alla perfezione uno degli slogan impressi sulle spillette di alcuni sostenitori della Palin: "You go, GILF".
MILF è l'acronimo di Mother I'd Like to Fuck e identifica il genere porno delle "cinquantenni" porche. GILF diventa Governor I'd Like To Fuck (esiste anche la vera versione internet di Grandmother I'd Like...). Ora, non pretendo di aver ragione, ma credo che la mangia hamburger d'alce, che si fregia di essere per l'interpretazione letterale delle sacre scritture, sia quanto meno un'ottima metafora del perché la destra stravince ovunque.
 (Continua)


vogliamo i colonnelli

Passando dal Nicaragua al Costa Rica si ha la netta impressione di passare da un paese che fatica ad arrivare a fine settimana ad una sorta di isola svizzero-statunitense. Il Costa Rica è un paese di bengodi tutto suv e fastfood. La gente, certo tra mille contraddizioni (anche lì esiste la povertà), se la passa meglio che altrove. E il motivo è uno solo: è l'unico paese del continente americano ad aver rinunciato, ormai da mezzo secolo, all'esercito. E quello che per tutti i paesi è un pozzo nero di investimenti è stato canalizzato altrove con due enormi vantaggi: la stabilità politica (non essendoci militari sono improbabili i colpi di stato) e una maggiore redistribuzione delle entrate.
Non occorre essere genii dell'economia politica per capire questi banali meccanismi. Una maggiore ricchezza e tranquillità sociale equivale ad una diminuzione della delinquenza. In Italia, vera repubblica delle banane, funziona tutto al contrario e secondo modello statunitense, imposto assieme al piano Marshall. Nessuna garanzia sociale, aumento della criminalità nelle fasce più indigenti, aumento della repressione, necessità di forze di polizia ed esercito. Riassunto in due termini: POLITICA SECURITARIA, ovvero induzione di un senso di insicurezza sociale da addebitarsi a chi non appartenga alla classe medio e medio-alta. La realtà, dati alla mano, è che è più probabile morire sul luogo di lavoro che non per strada, ma non è quello che si vuole trasmettere. Ora, sono pochi ormai a stupirsi e questo è indice di quanto ci abbiano lobotomizzati, ma fino a qualche decennio fa qualcuno avrebbe urlato al "colpo di stato" trovandosi l'esercito per strada. Personalmente mi pare che sia tutto secondo gli schemi eversivi della P2, mancano i carriarmati, ma sono certo che prima o poi faranno in modo che si senta la necessità dei cingolati a pattugliare le strade dopo il crepuscolo.
I remissivi ad accettare le divise tra le vie cittadine vengono bombardati massivamente con immagini da regime di teneri soldati in giovane età, poliziotti di quartiere che danno indicazioni stradali, e le belle soldatesse nostrane. E' così. Le missioni all'estero sono sempre missioni "umanitarie", anche quando si spara e si stupra in nome della "democrazia", e tra qualche tempo sarà come in Palestina, dove l'esercito sionista è da anni un esercito di occupazione; ma glamour, si punta a renderlo gradevole, accettato, bello. Perchè bello, nella società occidentale trionfo del platonismo giudaico-cristiano, equivale a buono. E quindi si punta sull'aspetto disarmato del soldato, le soldatesse veline di Rachel Papo sono delle lolita supersexy dai lesboammiccamenti. Molto fighe, sempre con un dito sul grilletto (quello dell'M-16 però), pronte ad uccidere con mandato di stato.

 


 

--> film consigliato: arrivano i colonnelli

--> le foto sono di Rachel Papo

 (Continua)


perfette asimmetrie

L'opera divina è perfetta, l'unica perfettamente simmetrica. Non a caso la cattedrale di Notre Dame (di Parigi ma anche quella di Strasburgo), in quanto espressione dell'opera umana, ha diverse asimmettrie: le torri (una più alta di due metri dell'altra), i portoni della facciata (i due laterali hanno dimensioni diverse). Il fatto che nessun corpo umano sia perfettamente simmetrico, credo sia una buona testimonianza di quanto sia distante dalla creazione divina. La natura si diversifica proprio a partire dalle mancanze di simmetria.
Le asimmetrie vanno adorate, elogiate, diffuse. In esse si esprime la perfezione, sempre impossibile e sfuggente. Un'espressione in-differenza che esige di essere osservata nel minimo dettaglio. L'imperfezione cattura lo sguardo, è perfezione in divenire.

notre dame

becky

 


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